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Pietro Paolo Parzanese

Sacerdote, Poeta, Oratore, Traduttore e Scrittore (Ariano di Puglia 11.11.1809 - Napoli 29.08.1852).

Biografia

Pietro Paolo Parzanese nacque ad Ariano di Puglia l'11 novembre 1809 e lì vi rimase per quasi tutta la vita, tranne diversi soggiorni a Napoli dove si recava per motivi di salute e dove morì per un'affezione tifoidea, quando non aveva ancora compiuto 43 anni. Fu il terzo di undici tra fratelli e sorelle. Suo padre, Giovanni, era commerciante di tessuti e sua madre, Giovanna Faietra, fu definita "donna di fiere e belle sembianze".
Fu prete, anche se non pienamente convinto, dato che si parlò di un suo forte amore giovanile per la giovinetta Rosaria Vernacchia, che morì presto, ed il tema d'amore fu molto ricorrente nei suoi canti.
Nella sua opera il Parzanese si espresse da romantico e tra i suoi libri preferiti, oltre alla Bibbia e Virgilio, dal quale derivò la chiarezza della forma, si ricordano soprattutto Hugo e Lamartine. In quanto romantico il poeta riconfermò la sua funzione contraria alla filosofia del dubbio, una funzione, in ultima analisi, elusiva e reazionaria. Quella del Parzanese fu una delle voci più interessanti e dotate del nostro primo Ottocento.
La sua operosità e fecondità fu molteplice in diversi campi. Tradusse dalla Bibbia, da Plauto, da Klopstok, da Byron, da Victor Hugo, postillò Dante; studiò i moderni e i contemporanei, il Monti, il Foscolo, il Manzoni.
Fu grande oratore. Fu presto noto per la prontezza con cui improvvisava prediche, poesie e tragedie. A dieci anni cominciò a recitare versi estemporanei, e a sedici, nel teatro comunale di Benevento, improvvisò addirittura una tragedia intitolata "Sedecia". Una volta nominato sacerdote fu un singolare ed eloquente oratore sacro, come dimostrano i "Panegirici", i "Sermoni" e le "Prediche", che ci restano di lui. Quelli che ebbero la fortuna di ascoltarlo, erano soggiogati dalla parola facile e armoniosa e dal fascino della sua alta e bella persona.
Poeta dell'amore e della natura, di animo sensibile, amante del bello e dell'arte, P. P. Parzanese trovò nella poesia la forza per reagire alle sofferenze che lo tormentarono fin dalla nascita, ma che non gli impedirono di lasciarci eredi di una attività letteraria tanto intensa da essere giudicata prodigiosa, se si pensa alla sua breve esistenza.
Fu dapprima ordinato sacerdote e nominato maestro di grammatica nel seminario di Ariano, a ventiquattro anni ottenne la cattedra teologale e fino al 1837 resse la diocesi di Ariano in qualità di vicario capitolare. Nel 1837, abbandonò l'insegnamento e gli uffici ecclesiastici per dedicarsi interamente ai suoi due amori: la poesia e la predicazione.
Come poeta e autore di prosa tentò vari generi, assurgendo ai canti più alti nelle "Armonie italiane" (1841), con cui volle dare un addio alla sua giovinezza, liriche alate e pregevoli che lo portarono addirittura a compararlo a Giacomo Leopardi. Seguirono le sillogi "Canzoni popolari", "I canti del Viggianese", i "Canti del povero", "Dio, Angeli e Santi", "Fiori e stelle", "Il Due novembre", "Idilli e sonetti", tutte comprese nell'edizione delle "Opere complete" (pubblicata ad Ariano nel 1889). Nel 1910, in occasione del centenario della sua nascita, vennero pubblicate sue opere inedite molto pregevoli, la tragedia "Giulietta e Romeo" e il poemetto in tre canti "Ituriele", composto sotto l'influenza del "bardo di Erin" (il poeta irlandese Thomas Moore). Restano ancora inedite le tragedie il "Sordello" ed "Ezzelino", ambedue in prosa.
Il 29 agosto 1910 fu eretto in suo onore, in Piazza Plebiscito, un busto di bronzo, opera dello scultore Enrico Mossuti. Successivamente, nell'agosto del 1928, il busto di P.P.Parzanese fu trasferito nel parco della Villa Comunale.
La storia non è stata molto generosa nei suoi confronti. Le sue opere, rarissime, si possono consultare soltanto nelle biblioteche più importanti. Al Parzanese dovrebbe essere riconosciuto un ruolo di poeta raro per l'epoca in cui visse: egli fu tra i pochi a scrivere per il popolo, di cui volle esprimerne i sentimenti e consolarne le sofferenze, una nobile ambizione cui sottomise anche la forma e il contenuto. Il suo stile fu consapevolmente reso semplice proprio perché la povera gente comune potesse fruirne la lettura o goderne l'ascolto mentre la poesia comune di un Foscolo o di un Monti o di un Leopardi certo non era accessibile. Probabilmente pagò questa sua scelta che gli costò l'oblio ai posteri, dopo tanta popolarità in epoca borbonica. Lo stesso Parzanese ammise: "Lo stile che ebbi a valermi sente sempre un po' di quello studio che toglie ai concetti popolari la loro freschezza e direi quasi la loro nativa leggiadria" ed era perfettamente consapevole di quanto fosse "difficile tenersi a quella modesta altezza, a cui valgano a guardare anche gl'occhi degl'idioti"(vale la pena ricordare l'etimo della parola 'idiota', ossia ignorante, dal greco idiotes, o anche 'popolare' o 'plebeo').
Pertanto il Parzanese, fu un poeta coltissimo che tuttavia volle scrivere in un modo che anche gli analfabeti, gli esclusi dal "giocondo banchetto delle muse", "gli idioti" insomma, potessero avere un momento di nobiltà, di bellezza e di ideale. Una poesia educatrice, fu detta. E Parzanese scrisse veri capolavori del genere, come: la Cieca, la Cieca nata, la Pazza, la Morta, la Croce. Il Parzanese volle premunire le plebi dal contagio di dottrine "inutilmente" sovversive, mantenendo perciò viva nel cuore degli artigiani, dei contadini e dei poveri almeno la fede nella provvidenza di Dio, la credenza nell'eterno avvenire, l'amore al lavoro, la rassegnazione nei mali e tutti quei sentimenti che valessero a tenere in pace le plebi in mezzo ai duri travagli della vita. Negli ultimi anni, tuttavia, cominciò a dire e scrivere cose che non furono affatto gradite. Nel 1848 scrisse l'ode "Italia e Napoli: Dio lo volle! L'Italia s'è desta / e dal fango solleva la testa". Nel 1853 scrisse l'Addio a Partenope, che fu giudicata "la più bella lirica civile", il quadro più vero di quel terribile periodo in cui "per la colpa di avere alma e pensiero" gli intellettuali andavano di prigione in prigione, e nella quale il patriottismo del Parzanese, ormai liberale, non risparmiò neppure il Papa ("Chi ha un trono nel suo tempio / te suo Signor rinnega"). Il nome di Parzanese fu annotato nell'elenco degli "attendibili" e venne coinvolto nel processo degli imputati politici del 1848.
Morì il 29 agosto 1852 in un albergo di Napoli. La polizia borbonica tentò di impedire le onoranze funebri, ciononostante il Capitolo della Cattedrale di Ariano e la cittadinanza gli resero onore in Duomo, grazie all'energica fierezza di monsignor Capezzuti, che alle imposizioni poliziesche rispose che "in chiesa comandava lui".
Alcune sue opere

Le armonie italiane 1841
I Canti del Viggianese 1846
I Canti del Povero 1852
Fiori e stelle (canzoni)1843-1851
L'Ituriele (tragedia)1838-1840

Una poesia

A titolo di esempio riportiamo una delle sue poesie:

LA CROCE
Quando io nacqui, mi disse una voce
"Tu sei nato a portar la tua croce".
Io piangendo la croce abbracciai
Che dal cielo assegnata mi fu;

Poi guardai, guardai, guardai...
Tutti portan la croce quaggiù.
Vidi un re tra baroni e scudieri
Sotto il peso di cupi pensieri;

E al valletto che stava alla porta
Domandai: a che pensa il tuo re?
Mi rispose: la croce egli porta,
Che il Signore col trono gli diè!

Vidi un giorno tornare un soldato
Dalla guerra col braccio troncato:
Perché mesto, gli chiesi, ritorni?
Non ti basta la croce d'onor?
Ei rispose: passaro i miei giorni,
Altra croce mi ha dato il Signor.

Vidi al letto del figlio morente,
Una ricca signora piangente,
E le dissi: dal cielo conforto
D'altri figli a te, o donna, verrà...
Mi rispose: contenta mi porto
Quella croce che il cielo mi dà.

Vidi un uomo giulivo nel volto,
In mantello di seta ravvolto,
E gli dissi: a te solo, o fratello,
Questa vita è cosparsa di fior?
Non rispose, ma aperse il mantello...
La sua croce l'aveva nel cor.

Più e più allor mi abbracciai la fatica.
Ch'è la croce dei poveri amica.
Del mio pianto talor la bagnai:
Ma non voglio lasciarla mai più.

O fratelli, guardai e guardai...
Tutti portan la croce quaggiù.
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