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SECRETPOST #13: Proteggiamo la Memoria

di , Mercoledì, 27 Gennaio 2021

Il 27 gennaio del 1945 i sovietici dell’Armata Rossa attraversarono il cancello del campo di sterminio nazista di Auschwitz, sul quale si ergeva l’infelice scritta “Arbeitmachtfrei- il lavoro rende liberi”.

Quel giorno vennero a galla tutti gli orrori, scoperti solo in quel momento o forse da sempre conosciuti ma taciuti, del più grande genocidio della storia. Si stima che siano state tra i 15 e i 20 milioni le persone uccise o imprigionate nei centri allestiti dai nazisti o dai governi fantoccio degli Stati occupati, tra cui circa 6 milioni di ebrei. Non semplici numeri ma persone: ammazzate, torturate, schiavizzate, distrutte, annullate.

La soluzione finale” si diceva, l’unico modo per eliminare completamente l’incombente presenza di tutte quelle persone definite dai nazisti “indesiderabili e inferiori” per motivi politici o razziali. Non solo ebrei, ma anche prigionieri di guerra, oppositori politici, massoni, minoranze etniche, gruppi religiosi, omosessuali e portatori di handicap mentali o fisici.

Trovare una risposta ai milioni di domande che si affollano nella testa di chiunque, quando pensiamo che l’uomo, essere sociale per eccellenza, sia stato capace di annientare il concetto stesso di umanità con estrema lucidità, è impossibile. Perché purtroppo quando parliamo di Shoah e di Olocausto non parliamo di uomini disorganizzati, che agivano presi dall’ira del momento. Ci riferiamo a persone consapevoli di ciò che stavano facendo, parte di un sistema molto più ampio. Ingranaggi di una macchina diabolica in cui tutti erano invischiati e di cui tutti volevano far parte, anche gli ebrei stessi, poiché era meglio tradire il proprio vicino di casa, i propri amici, la propria comunità, piuttosto che morire come animali. Piuttosto che passare tra le mani dei tedeschi.

Ed è vero, “comprendere è impossibile, ma conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare[1]”. Quando parliamo di Shoah dobbiamo parlare del passato, dell’importanza di creare una consapevolezza storica, che solo la conoscenza può dare. Lo aveva già capito Cicerone, quando si riferiva alla storia come magistra vitae, maestra di vita, e luce della verità e memoria della vita.

Senza storia, anzi, senza la consapevolezza storica non c’è verità e non può esserci vita. Nel 2020, il 15,6 % degli italiani intervistati credeva che la Shoah non fosse mai avvenuta, il 16,1% che le storie dell’Olocausto fossero esagerate. Contro questi deliri, contro le assurdità di chi si nasconde dietro un mondo illusorio, contro l’insipienza di non assumerci –noi tutti- la responsabilità di ciò che è successo, contro l’indifferenza al male, l’unico antidoto è conservare memoria.

Non solo il 27 gennaio, come a cristallizzare e a condensare tutto in un banale post su Facebook, ma ogni giorno della nostra vita.  Memoria, dal latino Mèmor, colui che si ricorda: facoltà di conservare e rievocare mentalmente le esperienze passate. Custodiamo, quindi, conserviamo gelosamente il peso incombente di queste morti, vittime di idee sbagliate ed inammissibili.

Per costruire un presente degno, non possiamo ergerci sul vuoto lasciato dalla dimenticanza.

Ora e sempre, proteggiamo la Memoria.

 

 

[1]Primo Levi, I sommersi e i salvati. 1986




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