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La Maiolica Arianese

 

Preistoria e Storia Antica

La lavorazione dell’argilla, ad Ariano, ha inizio con la “nascita della storia”. Il sito millenario della “Starza”, uno dei luoghi “di maggior interesse per la Preistoria italiana”, documenta attraverso i rinvenimenti ceramici, le culture succedutesi dall’età della pietra più recente (Neolitico), fino alle soglie dell’età del Ferro.

Mentre la “rivoluzione” del Neolitico (VI millennio a.C.) è testimoniata da ceramica d’impasto decorata con impressioni a crudo per mezzo di particolari punzoni su ampia parte del vaso, o a motivi geometrici, il periodo “Appenninico” (XVI-XIV sec. a.C.) utilizza l’incisione lineare, la punteggiatura, il tratteggio e infine “ornamentazioni più complesse, arricchite con triangoli e rombi, spesso insieme ed alternati, meandri e motivi curvilinei. Sovente gli ornati excisi o intagliati erano incrostati con una pasta bianca che metteva maggiormente in risalto la decorazione”.

I reperti ceramici della Starza di Ariano, venuti alla luce grazie ai lavori condotti dall’arianese I. Sgobbo, dall’inglese D.H. Trump e dalla francese C. A. Livadie, sono esposti nel Museo Nazionale di Napoli, nel Museo Provinciale di Avellino e nel Museo Archeologico di Ariano.

Nel 1794 Tommaso Vitale, il maggiore storico della città, scriveva: ”Anticamente vi si lavoravano de’ vasi, chiamati Etruschi; e non ha molto tempo, che fu trovata nel territorio, verso Camporeale, nella contrada denominata oggidì Tivoli, e Figoli, una fornace colla Bottega, e molti rottami di detti vasi; fra quali uno intiero, quantunque piccolo, conservo presso di me ”.

Ancora oggi, la produzione ceramica del V-IV sec. a.C. viene genericamente definita “Etrusca”.

 

Medioevo

Il periodo alto-medievale è caratterizzato da numerosi frammenti di ceramica a “bande rosse” e a “bande brune”, una tipologia che tuttavia non si può delimitare solo ai primi secoli del medioevo ma che convive, con altre tecniche, fino al XII-XIII secolo circa. Caratteristica di questa produzione è la presenza di un decoro molto spesso libero (spirali, larghe fasce, archi paralleli e festoni) realizzato in monocromo rosso o bruno, direttamente sul biscotto.

Dai documenti angioini si apprende che nel 1200, in Ariano, era attiva una vera e propria corporazione di ceramisti, i quali venivano tassati per la loro attività insieme ai commercianti che si dedicavano alla vendita della loro produzione: ”cives laborantes in creta-extranea vendentes vasa terrea vel vitrea ”.

Ceramica italo-araba quella prodotta in questo periodo dai maestri cretari locali, come testimoniano i reperti provenienti dall’insediamento medievale di S. Eleuterio, dal centro cittadino, dal Castello e, in maggior copia, dalle discariche storiche individuate lungo le antiche mura di cinta della città.

Tali ritrovamenti, completamente sconosciuti agli studiosi, hanno dischiuso un nuovo mondo, con un linguaggio figurativo semplice e misterioso che corrisponde alla tipologia ed al repertorio dei modelli orientali.

Probabilmente tali archetipi giungeranno in Ariano nel sec. XII, quando Ruggero II il Normanno, sovrano illuminato, sceglierà la città del “Tricolle” , nel 1140, per tenervi il primo Parlamento, dopo aver unificato il nascente Regno meridionale.

In questo meraviglioso periodo la Città di Ariano appare come una delle più importanti località del Mezzogiorno italiano, ben nota agli arabi, tanto che il geografo Ibn Said (Edrisi), biografo del primo Re Normanno, nella sua carta del mondo del 1154 (Oxford, Bodleian Library), tra le poche Città d’Italia, riporta Ariano, che registrerà con il nome di “Arnanah”.

Gli impianti decorativi ci riconducono, per tutto il periodo tardo-medievale, alla rara perizia dei raffinati artigiani orientali le cui botteghe e fabbriche erano state attivate nelle terre conquistate dall’ impero islamico nella Spagna ed in Sicilia.“ E proprio quest’isola sarà il punto di partenza e di irradiazione della cultura islamica verso l’intera penisola. Un mondo culturale che con l’arrivo dei Normanni nell’isola diventerà una vera fucina”. “ La migliore produzione della ceramica siculo-musulmana si avrà con la dominazione normanna, quando, accanto al repertorio unicamente geometrico ed astrattizzante dei maestri orientali, si accosteranno motivi animali ed antropomorfi imitati dai tessuti serici e dai ricami prodotti nei tiràz dei re normanni; ogni disegno sarà frutto di calcolate geometrie fatte di cerchi, di nodi, di riquadri, entro cui si stagliano i caratteristici pavoni, le foglie stilizzate, gli archetti e le note palmette: motivi, questi, che sicuramente affondavano le proprie radici nell’arte iranica.[… ]Chiarito il nesso arabo-normanno nella produzione fittile siciliana, il possibile passaggio che potè percorrere la “nuova maiolica” per raggiungere il continente fu quello aperto dai Normanni relativamente al regno unitario da loro realizzato, comprendente tutte le terre del Mezzogiorno.[…] la maiolica araba giunse sul continente,[…] per la lungimirante tolleranza multietnica dei sovrani normanni. E’ molto intuitivo ipotizzare che questo fenomeno fu valido soprattutto per le città più importanti: sembra assodato quanto lo fosse Ariano nei secoli in questione, prima inespugnabile contea e poi città regia;[…] Anche le “palmette”, costante decorativa siculo-musulmana, fanno capolino nel cuore dell’Irpinia medievale, ma non si tratta di un semplice ricalco di modelli, bensì di una rilettura di essi […] (da M. D’Antuono, “La protomaiolica italo-araba ad Ariano Irpino”, L’Irpinia Illustrata, Anno III Numero 2, Avellino 2003, Elio Sellino editore, pp. 86-96)

Accanto alla citata produzione di protomaiolica decorata in bruno, giallo e verde, molto interessanti risultano i recenti ritrovamenti di altri frammenti protomaiolici decorati in bruno e blu, i quali, tuttavia, pur diversificandosi nella cromia, seguono gli identici schemi decorativi della produzione già definita italo-araba. Ancora presente nella miriade di frammenti rinvenuti in città, questa volta, specificamente, nelle fosse granarie esplorate dalla Soprintendenza Archeologica agli inizi degli anni ’80, del secolo scorso, in via Parzanese, è la cosiddetta “R.M.R.” (“ramina, manganese, rosso”), ossia una produzione ceramica che aggiunge alla bicromia del verde e del bruno anche il colore rosso. Tale produzione si diffonde nel meridione già a partire dal XIV sec.

E’ molto probabile che numerose di queste tecniche abbiano convissuto tra loro, forse anche nelle stesse botteghe, tuttavia non è, ancora certa l’attribuzione della ceramica graffita alle medesime fabbriche di Ariano: i pochi rinvenimenti ci fanno supporre che questa nuova e raffinatissima tecnica, ascrivibile al XV secolo, possa essere di importazione; analisi in corso minero-petrografiche, sui campioni rinvenuti, faranno certamente chiarezza.

I rinvenimenti di ceramica rinascimentale tuttavia non si limitano soltanto alla graffita, ma presentano una numerosissima campionatura di cosiddetta “compendiaria”. E’ infatti nel XV secolo che le opere dei maestri “pitanari” risentiranno dell’influenza esercitata da “alcuni abili artefici di Faenza”, “ capaci di far ogni sorta di vasellami di creta”, portati in Città , intorno al 1421, dal Conte di Ariano, Francesco Sforza, futuro Duca di Milano. Fino a tutto il sec. XVI, le “fayenze” prodotte si presenteranno tutte smaltate in bianco, decorate con sintetici elementi in azzurro.

 

Età moderna

La “maiolica bianca o leggermente decorata” di Ariano, non nascerà, come a Faenza, per una “ribellione verso la densità pittorica dell’istoriato”, che, come asserisce Raffaella Ausenda, “con il suo pittoricismo nega in qualche modo la specificità materica della maiolica. La decorazione viene spesso ridotta a pochi elementi, dipinti con estrema rapidità, con pochi tocchi, in modo compendiario, come verrà poi chiamata”. I motivi risulteranno, ovviamente, diversi, poichè ogni comunità ha una propria storia; i copiosi reperti rinvenuti, in modo inequivocabile, ci informano che i maestri di Ariano, tra i quali Giovanni de Paulo de Milotta (Bilotta), Vicenzo de Vitto, Vicenzo Marraffino, ignorando completamente il “severo” e l’ “istoriato”, passeranno direttamente dallo stile “italo-arabo” a quello “riassuntivo faentino”.

I bianchi faentini, che incontreranno notevole fortuna e che verranno prodotti in quasi tutte le botteghe di maiolica italiane del sec. XVII, in Ariano, prenderanno vita, come a Faenza, già nel sec. XVI; i pochi elementi, che esaltano in generale, la modellazione e la forma del manufatto, inquadrando in questo caso, anche delle date impresse su piatti e brocche, come 1525 e 1569, disperdono qualsiasi, ulteriori, dubbi.

Fino a questo punto, la storia della ceramica di Ariano risulterà segnata da una dipendenza che ne limiterà in parte la creatività. Ma, già alla fine del sec. XVI, come si evince da un documento, rintracciato recentemente dallo studioso Luigi Albanese, prodotto dallo storico Nicola Flammia e donato, nel 1994, al Museo Civico dal Responsabile dello stesso, Ottaviano D’Antuono, le maioliche arianesi si presenteranno con un proprio carattere, forte e distintivo, che renderà riconoscibili ed originali le produzioni fino al primo quarto della seconda metà del sec. XIX.

Il Flammia, nel 1913, spinto dallo studio di Anselmo De Simone, Direttore della Scuola di Ceramica di Grottaglie, si sofferma “a discorre di stoviglie” e dopo aver constatato con rammarico che i “vasai arianesi dei secoli passati furono assai più abili” facendo “orciuoli, pupazzi, stoviglie che per finezza e colori potevano gareggiare con i vasi di Toscana”, descrive, in modo dettagliato, un boccale datato 1590:

“ Ha la forma della testa di un uomo, la capacità di 9 litri, manca il labbro superiore, manca il manico, ha gli occhi, il naso, la bocca con una linguetta di fuori, ha le orecchie. Sotto l’orecchio di destra porta scritto in caratteri grossi - BELLO MRRIACON – E. ALISE – E. PROMAGIO. Sotto l’orecchio sinistro – SFATA – VOTE 1590. Il boccale ha la figura bacchica, una faccia da baccante, ridente, imbambolata, un vero gaudente. L’argilla è bianco-gialla, di qualità finissima, la vernice lattea, malleabile al tatto”.

Nel 1600, valide ed estrose maestranze, delle quali conosciamo solo pochi nomi, ricavati da rari documenti, come Andreano, Ausilio, Carlo, Ottavio Bilotta e Pietro Cappa, daranno il via a creazioni dove l’innovazione delle forme si fonderà armoniosamente con le varie figurazioni, dalle cromie “solari e vivaci”, con l’utilizzo di un nuovo linguaggio che saprà mescolarsi in modo adeguato con gli antichi saperi.

E sarà proprio la produzione “creto-plastica” arianese, costituita da innumerevoli forme, sempre nuove e mai più ripetute, a suscitare per l’avvenire grande interesse e favorevoli consensi.

Il luogo, ove operavano tali maestranze, oltre “alli cretari fora la porta della strada” viene anche, in questo tempo, denominato “alli critari” ed “alli pitanari”, intendendo per “petena”, la parte lucida e vetrosa che ricopre l’oggetto ceramico.

Sempre nel sec. XVII, si apprendono, per la prima volta, alcuni nomi dei prodotti ceramici locali : pegnata, ambola, quartara, rovagna, arciola, lucerna, ambola per tenere l’oglio, lampa, lamparulo.

I copiosi manufatti di tale periodo, recentemente acquisiti dal locale Museo Civico, insieme a quelli identificati, grazie agli studi condotti da Mario D’Antuono, nel Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (don. Cora – inv. n° 21798/C; (540/2), nel Museo Provinciale della Ceramica di Vietri (Piatto con tesa nello stile compendiario ed aquila bicipite nel tondo interno), nel Museo del Castello Candriano di Torella dei Lombardi -AV- , (n° 2 brocche con uccelli: fig. 56 n°1 – fig. 61 n° 12; smaltate postmedievali fig. 55. n° 4 e n° 5; fig. 61. n° 8; M. Rotili- Archeologia postclassica a Torella dei Lombardi – ricerche 1993-1997) fugano, inappellabilmente, tutti i “precedenti studi”, che volevano le fabbriche arianesi inattive nel secolo in questione, per la scarsità di “pezzi” ceramici in circolazione.

Gli eventi catastrofici del sec. XVII, quali i terremoti del 1626, del 1688 e del 1694, le eruzioni del Vesuvio del 1631 e del 1637, le distruzioni causate dai rivoltosi di Masaniello nel 1649, la peste del 1656, avevano, soltanto, rallentato e disperso le pur numerose e variegate produzioni.

Un elenco completo dei ceramisti attivi in Ariano, viene, invece, fornito per la prima volta, dai registri delle tasse del 1753-1754: “ Il Catasto Onciario”, voluto da Carlo III di Borbone. Da esso si rileva che erano presenti in Ariano, in tali date, numero 20 lavoranti di Fayenze; numero 8 Pignatari; numero 1 Rovagnari; numero 1 Cretazzari; numero 1 Pittori di Fayenza; numero 1 Rivenditore di Vasi di Creta.

Nella seconda metà dello stesso secolo, scorrendo i conti del Seminario di Ariano, si legge che lo stesso, dal 7 novembre 1787 al 30 luglio 1788, aveva comprato dal Maestro Giuseppe di Alessandro, numero 500 Piatti, numero 10 Piatti mezzani, numero 6 Piatti regali, numero 12 Giarri, numero 5 Ammole, numero 1 Ammolone Grande, numero 50 Carafelli, numero 20 Lucerne; il tutto sotto la voce Rovagna. Successivamente il Catasto Napoleonico del 1813, ci informa che i “Rovagnari”, i “Pitanari”, i “Faenzari”, i “Pippari”, gli “Imbriciari”, i “Pignatari” ed i “Cretari” arianesi, complessivamente ascendevano a n° 27 unità.

 

Età contemporanea

Le notizie in nostro possesso, che seguono nel tempo, riguardano solo gli innumerevoli disastri che coinvolgono direttamente l’attività ceramica arianese, come gli incendi e le rovinose frane che minacciavano la collina dei “Tranesi” che ospitava le caverne ove nascevano, lavoravano e morivano gli “umili stovigliai” di Ariano.

Se a queste calamità sommiamo l’incapacità dei ceramisti rivolta al miglioramento delle proprie fornaci, ormai obsolete e superate e l’assoluta mancanza di seri provvedimenti da parte delle varie istituzioni, le quali si limiteranno, solamente, a promettere un “possibile concorso morale” e qualche probabile “sussidio per l’incremento di questa industria locale che nei tempi scorsi era in maggiore sviluppo e molto rinomata”, leggeremo con estrema evidenza e chiarezza le enormi difficoltà nelle quali, quotidianamente si dibattevano costoro, tra la seconda metà del secolo XIX ed i primi decenni del secolo seguente.

“L’anno 1868, il giorno 22 Maggio in Ariano, il Presidente ha manifestato al Consiglio l’utilità di migliorare la manifattura della creto-plastica, industria a cui sono occupate moltissime persone, e quasi un intero rione del paese. Ha manifestato pure la facilità di potersi tanto effettuire, trovandosi nel territorio del Comune tutte le diverse specie di argilla. Per la deficienza dei mezzi, non essendo sperabile l’iniziativa privata, epperò fa mestieri che sia presa dal Municipio, e propone: Assegnarsi una somma in bilancio da destinarsi come sussidio a colui che verrebbe designato, dietro concorso di esposizione di oggetti di creto-plastica e che si obbliga di recarsi in una delle principali fabbriche del Regno ad imparare le migliorie dell’Arte suddetta. O come premio ad un giovane delle fabbriche summentovate che verrebbe a stabilire la sua residenza nel Comune, e che si obbligherebbe d’istruire i giovani del paese.- Il Consiglio- Considerando, che la proposta del Sindaco effettuata, tornerebbe di grande giovamento per il paese; e desiderando di vederlo prosperato in tutte le sue manifatture, e volendo a tale scopo sempre concorrere- All’unanimità dei voti- Delibera approvarsi la proposta del Sindaco, mandando allo stesso di aprire delle trattative con la fabbrica di Milano e di Firenze, autorizzandolo pure a far venire, anche provvisoriamente, a spese del Comune, un giovane di una di quelle fabbriche, per esaminare le diverse specie di argilla, e se le fornaci ora esistenti sono costruite nel modo richiesto dallo stato attuale dell’arte”. (Delibere Comunali- Archivio Museo Civico).

“Nelle prime ore del mattino di mercoledì, 20 corrente, un incendio si manifestò nella fabbrica di stoviglie di Giuseppe de Felice al Corso Nazionale. Le fiamme presero vaste proporzioni. Corsero a domare il fuoco molte persone in quella località, ed un drappello di soldati del nostro distaccamento. Il danno calcolato dicesi ascendere a poco più di mille lire”. (Corriere Regionale- Ariano 24 Agosto 1890).

“ A cagione delle continue piogge invernali rovinarono al rione Tranesi, sul Corso Nazionale, varie case con botteghe addette alla fabbricazione di stoviglie. Il Ministero dell’Interno, dietro domanda del Municipio, deliberò a favore di quei danneggiati un sussidio di lire trecento” (1890- Nuovo Diario Arianese di F. Mazza).

Questi eventi contribuiranno notevolmente ad accelerare quella crisi che porterà nel giro di pochi decenni alla completa decadenza dell’attività ed alla sua, anche se solo per qualche decennio, completa scomparsa.

Mentre i detentori di antiche conoscenze, costretti da una sorte avversa, cercheranno fuori dalla propria terra, alternative e migliori attività produttive, assistendo impotenti, intorno al 1950, ad una avventata e sconsolante cementificazione dei sabbiosi ed affumati antri, il vasto territorio comunale risulterà, nello stesso tempo, battuto e svuotato da mercanti e rigattieri giunti da ogni dove, i quali, facendo bottino, “deporteranno” e disperderanno tesori di conoscenze e d’arte, quasi a voler documentare, in futuro, una cultura ormai tramontata e scomparsa.

La comunità locale, consapevole dell’emarginalizzazione della propria identità, quasi vergognandosi e misconoscendo le proprie origini, forse, anche per dimenticare antiche ansie, privazioni e stenti, si arrende all’avanzata dei novelli colonizzatori.

Della prestigiosa produzione ceramica locale, per vari decenni, in Ariano, non resterà neanche il ricordo; una fitta polvere e silenzi sepolcrali, fugheranno formule, alchimie, tecniche e secolari segreti. Vanificando, in un attimo, una millenaria tradizione, si consumerà un’immane tragedia.

Attualmente, mentre è in atto, con una energica e meritoria operazione culturale, il recupero di tante fornaci ancora esistenti, con il progetto ”Tranesi: Il Museo diffuso dell’Arte ceramica”, voluto dall’Amministrazione comunale, il Museo Civico arianese, dal giorno della sua non lontana inaugurazione, prosegue con tenacia nel suo programma di recupero, acquisendo continuamente nuovi manufatti rintracciati nelle innumerevoli collezioni private e nel vasto campo dell’antiquariato.

Questo nobile affannarsi ha portato sempre più il Museo Civico a caratterizzarsi come “Museo della Ceramica di Ariano”, il quale ha contribuito a dare, “a tutta la nostra ceramica un contributo tanto importante da aggiungere un’altra perla a quel grande patrimonio che è la maiolica italiana”.

Questo giudizio è pienamente condiviso dagli esperti collezionisti, dagli studiosi e dai critici d’arte, i quali nell’istituzione museale hanno trovato un valido punto di riferimento per approfondire le conoscenze sulla versatile produzione delle Fabbriche di Ariano, per troppo tempo ignorata dal “dilettantismo aristocratico” di improvvisati “storici dell’arte”.

Costoro abituati a concepire l’arte come qualcosa di definito e di etichettato, avevano intravisto nella maiolica di Ariano il “popolaresco e il popolareggiante”. Ben altro, invece, significa “arte popolare”!

Essa è il prodotto di artisti “che si calano perfettamente nel loro tempo, essendone testimoni autentici”. Tali maestri, rifiutando ed ignorando scuole, accademie e ogni altra imposizione, lontani da mode e da contrastanti correnti, raccontano, senza intermediazioni intellettualistiche, gli usi, i costumi, le abitudini e i valori di un popolo. Con pennellate veloci ed “essenziali”, respingendo le molte tecniche riduttive, tanto, invece, utilizzate nella infiacchita e ripetitiva ceramica detta “aulica” o “colta”, segnano l’oggetto, “narrando senza descrivere, esaltando il colore e la forma senza suscitare scalpore. Narrano il sudore dell’uomo”, le ansie, gli stenti e le privazioni , ma anche le speranze, gli amori, le feste e le gioie.

Questi oggetti di uso comune, vasi, saliere, trionfi, busti, sirene, sfingi, cavalieri, animali bizzarri dalle innumerevoli ed armoniose forme, si fondono e si completano con le varie figurazioni mutuate da un mondo reale che si mescola con il fantastico e l’irreale.

Le tante Madonne, i Santi e gli Angeli, gli spiriti ed i folletti, le streghe ed i diavoli, le “pantasime” e le “urie”, gli “scazzmarielli” e gli gnomi, oramai così lontani dal mondo attuale, non hanno limiti o steccati e mescolandosi e confondendosi con la cruda realtà di ogni giorno, ricoprono le targhe e i grandi piatti devozionali.

E i Santi del popolo, “Sant’Oto”, “Santu Liziario”, “Santu Libratoro”, “Santa Dilfina”, “Santa Filumea”, “Sant’Antuono”, “Santu Ruminico”, “Sant’Antonio Biniritto”, raffigurati nel fondo dell’unico grande piatto che tenta di guarnire la spoglia mensa, aiutano il popolo stesso ogni giorno a riempirlo. In esso si attinge con voracità e devozione, facendo a gara nello scoprire il Santo Protettore: “ Virimo chi arriva pi prima a Santu Liziario, amu mangiatu pur’oggi, cu l’aiuto di Dio”!! E’ il sogno che allontana il negativo esistenziale e che mette a riparo dalla nuda quotidianità.

Arte vera, quindi, come veri ed autentici sono i protagonisti. Arte delle più sublimi, perchè essa è sempre libertà, gioco, fantasia, sempre invenzione.

Nelle oscure e spoglie spelonche delle “Ruagnare”, dove i cocci si mescolavano con le disseccate ginestre, quegli uomini abbrutiti dal lavoro, quei “Pitanari”, sognavano un mondo diverso e luminoso, un mondo più giusto, -perché l’arte scomparirà nella misura in cui la vita acquisterà un suo equilibrio, allora non si avrà più bisogno di arte, in quanto vivremo nell’arte realizzata-. E quegli oggetti, inizialmente inerti, sempre perfetti nella forma, plasmati con amore e fatica, improvvisamente si illuminavano e riflettevano la luce accecante di un giorno di sole nelle oscure ed annerite sabbie delle fornaci.

Nasceva così “l ’arte popolare”, in questo modo venivano alla vita gli “oggetti solari di Ariano Irpino”, che, “come la lampada di Aladino, se li strofini vien fuori la storia dell’umanità”.

 

Fonte: Ottaviano D'Antuono

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