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#SecretPost 21: C’è un limite ai diritti?

di , Mercoledì, 24 Febbraio 2021

Non sembrano placarsi le manifestazioni in Spagna a causa dell’arresto del rapper Pablo Hasél, condannato a 9 mesi per “esaltazione del terrorismo e ingiurie alla Corona” in alcuni suoi tweet e canzoni.

Il cuore pulsante delle rivoluzioni è stato la capitale catalana di Barcellona, ma le proteste si sono avute un po’ ovunque, accumunate da tratti spiacevolmente simili: gli scontri tra manifestanti e polizia sono stati estremamente violenti.

Già da mercoledì scorso, infatti, una ragazza di 19 anni ha perso un occhio a causa di un proiettile di foam, –munizione “non letale”, che dal 2014 sostituisce quello di gomma– sparato dai Mossos d’Esquadra, la polizia catalana.

Solo a Barcellona sono stati più di 75 gli arresti, di cui 24 minorenni, con saccheggi e atti di puro vandalismo ad alcune emblematiche strutture come il Palau de la Música. Dopo che il rapper Hasel è stato prelevato dall’Università di Lleida (tra l’altro occupata dagli studenti, al fine di difendere il cantante), è scoppiato un risentimento generale, che ha radici profonde, forse acuitesi con la pandemia: la libertà d’espressione violata, l’insoddisfazione generale per una situazione che sembra essere sempre più incontrollabile.

Casi come questo, infatti, non sembrano essere nuovi in Spagna, dove un altro giovane rapper (Valtónyc) fu condannato nel 2012 a tre anni e mezzo di carcere per aver scritto una canzone contro la monarchia, criticando i diversi casi di corruzione connessi alla famiglia reale.

Il paradosso è che in un paese democratico come la Spagna si possa essere condannati per aver scritto una canzone.

Ovviamente il tutto si inserisce in una situazione molto più complessa di così, dovuta anche al timore generato da alcune azioniterroristiche passate (risuona l’eco di E.T.A nel País Basco), ma davvero la prevenzione alla violenza può articolarsi essa stessa in altrettanta violenza?

Il Paese è spaccato in due: coloro,a favore della polizia, che temono questo tipo di dichiarazioni identificandole in tutto e per tutto come terroristiche, e coloro che si sentono privati dei propri diritti e accusano profondamente la violenza spropositata perpetrata dalle forze dell’ordine. 

Non è un caso che a manifestare siano per lo più giovani e che scendano in piazza nonostante la tragica situazione epidemiologica mondiale: “Tutti noi siamo coscienti dei rischi che questi atti possono comportare per la curva dei contagi, ma siamo anche coscienti del Paese in cui viviamo. In questo momento ho più a cuore i miei diritti che il resto, sento che è arrivato il momento di fare qualcosa[1]”.

Sotto il grido di libertà per Hasél si sono riunite persone con ideologie, temperamenti ed esperienze profondamente diverse, ma che hanno in comune il malcontento, l’insoddisfazione generale. E quando ad essere insoddisfatti sono soprattutto giovani, il problema è ancora più grave, poiché significa che non c’è fiducia nelle istituzioni, che non c’è una speranza positiva nel futuro, che non si crede più nella bontà della politica.

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Inoltre, soprattutto a Barcellona, il “popolo ricorda ciò che ha vissuto ed è ben consapevole di quello che è già successo” nel 2019. Ricordi indelebili di quelle “Marce della Libertà” sono impressi nella mente di molti manifestanti.

Il problema è sempre più incombente, urge una soluzione: la fiducia istituzionale è bassa in tutta la Spagna, quasi inesistente in territori animati e mossi da un’utopica volontà di indipendenza. Se le nuove generazioni non hanno certezze e stabilità da parte dello Stato, se invece di sentirsi protetti, si sentono spogliati dei loro diritti basilari, come appunto quello di poter esprimere un parere contrario all’ideologia imperante, cosa ne sarà del futuro?C’è un limite ai diritti e chi lo stabilisce?
Davvero una canzone può fare più paura di una guerra?

 

 

 

[1]Ringrazio la mia amica catalana NúriaArmestoCabreroper le informazioni e le dichiarazioni preziose, che mi hanno permesso di scrivere questo articolo.



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