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L'intervista - Pascale, Slow Food: “Più infrastrutture, e più presidi in Irpinia in attesa dell'Expo”

di , Martedì, 14 Aprile 2015

Gaetano Pascale, per tutti semplicemente Nino, sannita di Guardia Sanframondi, da undici mesi è il presidente nazionale di Slow Food. Dal suo osservatorio speciale analizza il territorio irpino, le sue eccellenze ma anche le potenzialità inespresse e le criticità di una provincia a forte vocazione agroalimentare ed enogastronomica. Prova a delineare un quadro in controtendenza con la 'spreconomy' che non ha intaccato le floride filiere irpine. La tradizione sfida il futuro, e il cibo, la sana alimentazione, la filosofia di Slow Food, diventano 'politica del territorio' e competizione spinta.

Presidente, l'Irpinia è la sola provincia italiana a fregiarsi di tre marchi Docg, di una Dop per l'olio di Ravece e di svariati Igp. Eppure la realtà locale è fatta di aziende, spesso a conduzione familiare, alla ricerca di nuovi spazi e mercati. Quello agroalimentare potrebbe essere il vero volano della ripresa dell'economia irpina?

“Se consideriamo alcuni fattori sociali- ci spiega Nino Pascale- quali anche la ridotta incidenza della criminalità organizzata, un contesto ambientale tutto sommato salubre, la scarsa congestione urbana, non possiamo negare che l'Irpinia è una terra sana, dove si vive bene. Dal punto di vista economico invece le aree irpine continuano a decollare pienamente. L'agroalimentare, a mio avviso, è un settore su cui puntare e investire sempre di più e sempre meglio. Ma bisogna prestare maggiore attenzione alle vocazioni territoriali delle produzioni, inseguire meno le mode e puntare di più sulle reti aziendali”.

In Irpinia però c'è un solo presidio Slow Food, quello del broccolo aprilatico di Paternopoli. Non sarebbe opportuno istituirne altri per tutelare le tipicità locali?

“Senza dubbio- incalza ancora il presidente nazionale-. Oltre a Paternopoli stiamo valutando l'istituzione di altri presidi Slow Food sul territorio irpino. Le produzioni tipiche sono tante, e tutte meritevoli di tutela, e non a caso le condotte irpine si stanno adoperando per farle emergere attraverso iniziative, mercati della terra, alleanze coi ristoratori. Ovviamente la promozione di un sistema economico vitale come l'agroalimentare richiederebbe azioni più articolate e allargate pure al lavoro di volontari”.

Slow Food, e il suo fondatore, Carlo Petrini, ha avuto una posizione scettica e critica verso l'Expo 2015, ma alla fine ci sarete? Cosa vi ha convinti a esserci a Milano? E l'Irpinia sarà presente?

“Riteniamo giusto a partecipare- asserisce sempre Pascale- perché in quel contesto si decidono i modelli alimentari del pianeta per il futuro, e noi sosteniamo che ci sia bisogno di cambiare quelli attuali. Anche senza di noi l'Expo si sarebbe svolto, ma la nostra voce lì si leverà in difesa delle piccole produzioni agroalimentare, comprese quelle irpine. Esserci non vuol dire perdere la capacità di critica rispetto a una impostazione che ha privilegiato un approccio di naturale commerciale all'evento. Questa è stata la denuncia di Petrini: l'Expo deve avere un'anima. Non so al momento se l'Irpinia si sta muovendo, ma sono sicuro che il dinamismo degli imprenditori locali è tale da non mancare a un appuntamento di portata mondiale come quello”.

Cosa manca ancora all'Irpinia e ai suoi prodotti eccellenti per fare quel salto di qualità che meritano?

“Mancano poche cose- conclude il presidente nazionale Slow Food- che limitano lo sviluppo di questo territorio che ha un patrimonio invidiabile di risorse ed eccellenze. Innanzitutto, mancano infrastrutture adeguate, e mi riferisco alle vie di comunicazione e a quelle delle telecomunicazioni: se si vuole giocare ad armi pari con altri sistemi territoriali bisogna colmare questo gap. E poi ci vuole una visione strategica delle istituzioni. Ci sono tante iniziative degli enti locali ma non c'è una pianificazione concertata con tutti gli attori. Ma questo è purtroppo un problema diffuso in tutto il Meridione. Dobbiamo fare i conti con un eccessivo individualismo degli operatori economici che riduce la capacità di ragionare con un sistema integrato. Cosa che altrove fa la differenza”.




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