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"Vorrei sapessi che... i consigli dell'esperto" (12.a puntata)

di , Lunedì, 13 Gennaio 2020

Bentornati con "Vorrei sapessi che... I consigli dell’esperto". Per il primo appuntamento dell'anno nuovo ho intervistato per voi la dott.ssa Nunzia Spinelli. Leggete l'articolo e scoprirete l'argomento.

 

1. Tempo di pagelle e quindi di aspettative, desideri, preoccupazioni, elogi o punizioni. Ma è davvero un voto a definire una persona?

No, non è un voto a definire una persona, anzi, l'errore che talvolta si commette è esattamente questo: affidare al rendimento scolastico la valutazione complessiva di un bambino o di un ragazzo. Questo è, evidentemente, sbagliato oltre che ingiusto.     
Siamo davvero sicuri che il sistema scolastico italiano sia idoneo a valutare un individuo nella sua totalità? Proviamo a pensare ad un elemento: la creatività. Spesso la scuola non possiede gli strumenti necessari per intercettarla negli allievi e farla emergere. Il rischio che si corre, di conseguenza, è che i genitori non avranno modo di riscontrarla ed apprezzarla nei propri figli e, cosa ancor più preoccupante, che i ragazzi rischieranno di ritenerla del tutto trascurabile ed irrilevante nella valutazione che faranno di sé stessi. Neghiamo loro la possibilità di sentirsi orgogliosi di sé e considerarsi in una luce diversa e certamente più positiva.

2. Qual è, allora, l'atteggiamento giusto che dovrebbe assumere un genitore di fronte alla pagella del proprio figlio?

Innanzitutto sfogliarla con la consapevolezza che il proprio figlio non è il voto riportato su quel foglio ma che, in ogni caso, è molto di più. Il voto non definisce il valore di un individuo né rappresenta una misura del grado di successo e di soddisfazione che otterrà nella sua vita. E, cosa ancor più importante, è necessario evitare di trasformare quella pagella in uno strumento di competizione e di confronto: "Hai ottenuto 6 in matematica, e, invece, i tuoi compagni?".  
Molti genitori, insegnanti ed adulti in genere, ritengono che la scuola, e la vita più in generale, debba insegnare ad "emergere" sin da piccoli, ad essere i più bravi, i "primi della classe". Ma, inconsapevolmente, cosa stiamo chiedendo ai nostri figli? La perfezione? L'assoluto? Quando un figlio rientra a casa e riferisce di aver preso un 6 in matematica e il genitore replica che avrebbe potuto e dovuto prendere un 9, cosa gli stiamo comunicando in realtà? Che non è abbastanza, che non è all'altezza delle nostre aspettative, che dovrebbe fare sempre e comunque qualcosa di più di ciò che fa. Mentre per lui sarebbe fondamentale percepire di essere amato per quello che è, con i suoi limiti, le sue difficoltà, i suoi insuccessi, anche se non è bravo in tutto e non è il "primo della classe". Inoltre, sentendosi amato in maniera incondizionata non avrà paura di tentare, di mettersi in gioco e magari anche di sbagliare tollerando le sconfitte e gli insuccessi. Quando pretendiamo dai nostri figli che siano i più bravi, i "primi della classe", i migliori in tutto dimentichiamo un dato importante: la competizione non è per tutti e soprattutto non seleziona i migliori. Un'educazione competitiva non massimizza certamente alcune delle caratteristiche appartenenti a coloro che nella vita emergono davvero e "ce la fanno": l'autonomia, l'autostima, la capacità di risolvere i problemi, di adattarsi alle trasformazioni, di far fronte agli eventi negativi, di assorbire lo stress... 

3.Alla luce di quanto detto, il ruolo della famiglia e della scuola diventa un po’ più complesso. Quali sono gli obiettivi principali che dovrebbero perseguire?

In un libro molto interessante che ho letto di recente il ruolo dell'educatore, genitore o insegnante che sia, viene paragonato a quello dell'istruttore di volo. L'obiettivo è il medesimo: fornire elementi e strumenti che possano aiutare l'individuo a raggiungere livelli sempre più alti di libertà, autonomia, autostima e a liberare le proprie capacità creative. Quello che servirà nella vita e nel lavoro, infatti, sarà avere una mente flessibile, capacità di problemsolving, di cooperazione e condivisione, di adattamento; serviranno persone mature, intraprendenti, creative, riflessive, curiose non dei meri applicatori di conoscenze enciclopediche. E tutto questo ha poco a che fare con il voto in pagella e con un'educazione competitiva. I pilastri di un qualsivoglia progetto educativo dovrebbero essere: autonomia, autostima e creatività, eppure non sembra che questi siano ritenuti poi così importanti dalla maggior parte dei genitori e degli insegnanti. Prima di chiedere "Come va mio figlio in matematica?" sarebbe opportuno chiedere "Coma va mio figlio?" e basta e far in modo che un altro adulto di riferimento, che è parte integrante della sua quotidianità, ci fornisca la propria valutazione circa la crescita e la maturazione di nostro figlio. E solo dopo esserci accertati dell'assenza di "nuvole grigie" che potrebbero minare la sua serenità, potremo iniziare ad occuparci anche della matematica.      

Dr.ssa Nunzia Spinelli, Pedagogista e Coordinatrice di servizi socio-educativi

Grazie mille per l'attenzione, e grazie alla dottoressa Spinelli. Arrivederci a lunedì prossimo con "Vorrei sapessi che... i consigli dell'esperto"




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