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Bisaccia e il triangolo dell'arte. Palazzo Ducale, museo e cattedrale

di , Lunedì, 15 Febbraio 2016

Sorto nel periodo longobardo, ad opera dei principi del ducato di Benevento, il castello di Bisaccia faceva parte di una linea difensiva che comprendeva anche le fortificazioni di Ariano e di Sant’Agata di Puglia e serviva a difendere i territori della Puglia occidentale e settentrionale. La parte più antica sembra essere attualmente la torre quadrangolare separata dal resto dell’edificio, unitamente alla cortina muraria con basamento scarpato che circonda l’intero complesso. Ma andiamo per gradi. Già ritoccato nel periodo bizantino, tra il 1018 e il 1028, fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1158. Ma i primi documenti certi che nominano il paese risalgono al 1087, quando si parla di Roberto, signore di Bisaccia, mentre del 1097 è un altro documento che porta tra i testimoni un tal Riccardo, barone di Bisaccia. Il feudo, con la dominazione normanna, fu concesso da Ruggero II ad un altro signore con lo stesso nome, mentre nel 1230 fu assegnato a Riccardo I Cotigni che lo perse, dopo aver partecipato alla congiura di Capaccio contro l’imperatore Federico II, per mano del figlio Manfredi di Svevia. Durante la dominazione sveva, verso la metà del 1200, il castello fu ricostruito quasi interamente, per interessamento dell’imperatore Federico II. Lo “stupor mundi” utilizzò i sotterranei forti e sicuri del maniero come carcere di massima sicurezza per personaggi di un certo rango e sembra risalente a questo periodo la costruzione del donjon, il mastio a pianta quadrata summenzionato, alto circa quindici metri ed originariamente dotato di ponte levatoio.

Ma passato brevemente ai d’Aquino, l’edificio ritornò ai Cotigni, con Riccardo II, il quale, non avendo eredi maschi, lo passò alla nipote Mabilia e poi ancora a Federico di Antiochia, militare al seguito di Roberto d’Angiò. 

Successivamente, durante la dominazione aragonese, il castello, passato in proprietà all’importante famiglia del Balzo, subì altre modifiche, mentre durante il Rinascimento fu trasformato in residenza vera e propria, con tutte le caratteristiche riconducibili più ad un palazzo signorile che ad un severo castello di difesa. Ed è in questo periodo che l’edificio passa più volte di proprietà tra i de Somma, il demanio, Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, fino a giungere alla famiglia Manso, con Giambattista marchese di Villa. Costui, letterato e mecenate, fu amico di Torquato Tasso che la tradizione vuole sia stato suo ospite a Bisaccia. Ma l’ipotesi è confutata da alcuni storici, col supporto di atti notarili rinascimentali, che dimostrerebbero che il castello non fosse più abitato dai Manso, già a partire dal 1571, bensì dai Gonzaga. Più tardi il feudo passerà ad Antonio Pisaniello e poi, in ultimo, al duca Ascanio Pignatelli alla cui famiglia resterà fino all’eversione della feudalità.

Purtroppo nel 1694 il castello subì la semidistruzione a causa di un altro sisma, anche se fu subito ripristinato dai Pignatelli, mentre altri gravi danni li subì nel 1768 a causa di un terribile incendio. Da quel momento in poi, il castello fu gradualmente abbandonato e così rimase per circa 150 anni. Infatti, già verso la fine del XVIII secolo fu dato il permesso ai cittadini di costruire delle abitazioni sul luogo dove prima sorgeva il fossato. Morto poi l’ultimo discendente della famiglia Pignatelli, il titolo fu devoluto al fisco e concesso nel 1851 a Carlo Maria Sosthènes de la Rochefoucauld-Doudeauville, lontano parente di Ferdinando II di Borbone. Infine, l’ultimo discendente de la Rouchefoucault vendette il castello nel 1956, mentre dal 1977 è passato in proprietà al Comune che lo utilizza per mostre ed eventi.

L’edificio attualmente, molto ben restaurato nel corso degli anni, si presenta maestoso ed imponente, dominando con grazia tutto l’abitato. La muratura è formata da ciottoli di fiume e blocchi di calcare squadrati. Sul portone d’ingresso vi è lo stemma della famiglia Pignatelli d’Egmont che ne fu proprietaria, come detto, dalla fine del XVI secolo agli inizi del XIX. 

Ai lati vi sono due torri cilindriche comunicanti tra loro attraverso due ingressi che danno accesso al cammino di ronda. Per entrare, si attraversa un arco a tutto sesto che immette in un cortile aggiunto successivamente, nel XVI secolo, nel corso di un ampliamento. La pavimentazione è a ciottoli di fiume e ai lati si aprono ingressi di vari locali, una volta magazzini, stalle e depositi. Vi si trova, quindi, un altro accesso, quello più antico, costituito da un arco ad ogiva, che apre su un altro cortile dove c’è un pozzo in pietra e, sulla sinistra, una bella scala che porta al primo piano con una graziosa loggetta quattrocentesca. Questa introduce in varie sale e saloni utilizzati per convegni e conferenze, ed è solo il preludio di quello che è, a mio avviso, il pezzo forte dell’edificio: un grande loggiato coperto sorretto da ben ventotto archetti a tutto sesto su pilastrini, che aprono la vista su un panorama straordinario!

Al pianterreno è stato inaugurato ultimamente un Museo Civico Archeologico contenente circa 800 importanti reperti provenienti dagli scavi effettuati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno sulla collina denominata Cimitero Vecchio. Di grandissimo interesse, infatti, i ritrovamenti: un abitato del IX – VII secolo a.C. e una necropoli con circa trenta tombe della prima e della seconda età del Ferro, contenenti manufatti in ceramica e oggetti di ornamento personale appartenenti alla cosiddetta Civiltà di Oliveto-Cairano. Il Museo, disposto in due sale (e un’altra in allestimento), è organizzato con criterio cronologico, offrendo una visione d’insieme sull’archeologia locale, con l’ausilio di pannelli didattici. La necropoli di Cimitero Vecchio ha restituito alla comunità e agli studiosi sepolture a fossa rettangolare con copertura di pietre, presenti a volte anche sulle pareti interne e sul piano di deposizione. Il defunto era adagiato sempre in posizione supina, accompagnato dal suo corredo. Pertanto nelle sepolture risalenti alla prima età del Ferro (fine IX – inizi VIII secolo a.C.) e in quelle risalenti alla seconda età del Ferro (seconda metà dell’VIII secolo a.C.), sono stati rinvenuti vari oggetti in ceramica decorata e non, oggetti in bronzo, quali armi e fibule, nonché ornamenti personali di particolare importanza, storica ed estetica, come quelli appartenenti alla tomba n. 76 di una donna tessitrice.

Ma sono le tombe relative al VII secolo a.C. che riservano delle vere e proprie sorprese verificandosi, in quel periodo, importanti trasformazioni culturali. Si passa, infatti, dalla concezione di gruppo familiare esteso, ad un sistema gentilizio, basato sulle differenze sociali ed economiche. I corredi funerari rinvenuti, quindi, sono di elevato livello, composti da parures con ornamenti in ambra e in metalli, da ceramiche decorate di importazione. La più importante fra tutte è considerata la sepoltura n. 66 nota come la “Tomba della principessa”, donna certamente appartenente ad un gruppo familiare predominante sotto tutti i punti di vista. Caratterizzata da un grande recinto di grosse pietre ed un grande lastrone di pietra bianca riverso a terra ma un tempo in posizione eretta, utilizzato come segnale dell’esistenza della tomba stessa, indicava certamente la presenza di un personaggio importante. Nella sepoltura sono state ritrovate numerose tazze, brocche e piccole anfore, vasi in bronzo, importati dall’area etrusca, oggetti per banchetto, un olla da derrate e un fascio di tre spiedi di ferro. La tomba si può ammirare nella seconda sala del Museo poiché è stata ricostruita a grandezza naturale. Il Museo è visitabile, al costo di 1 euro, dal martedì alla domenica dalle 11,00 alle 13,00 e dalle 17,00 alle 19,00, mentre il lunedì solo dalle 17,00 alle 19,00, gratuito per i ragazzi sotto i 14 anni e per gli adulti oltre i 65.

Come non menzionare anche la Cattedrale del paese, risalente al periodo normanno. Danneggiata anche questa dal terribile sisma del 1456, fu ricostruita nei decenni successivi venendo ancora danneggiata dagli altri terremoti del 1694 e del 1732, che praticamente la distrussero. Fu ricostruita nei pressi del castello, su terreno più stabile, con materiali di reimpiego recuperati dall’edificio precedente e sembra fu terminata nel 1747 dal maestro Pietro de Pagano. Dedicata a Santa Maria Vergine, ha un interno a tre navate divise da pilastri e un pregevole coro ligneo intagliato, risalente al XVII secolo. L’altare maggiore è in marmi policromi, chiuso da una balaustra, mentre due altari minori risalgono ai primi anni del 1600. La facciata di stile gotico, preceduta da una scala, è composta da blocchi squadrati di calcare, disposti orizzontalmente, con un elegante portale del 1515 sormontato da bassorilievi romanico-gotici recuperati dall’edificio precedente, e uno spesso cornicione. Sulla parete laterale vi sono due lapidi. Una è più antica poiché contiene due date, 1518 e 1657, e riporta un’iscrizione in latino, mentre l’altra risale al 1887 e ricorda i morti italiani in Africa, a Dogali e Saati, tra cui anche il bisaccese Antonio Bambino.

Bisaccia, pertanto, situata nell’Irpinia d’Oriente, come ama definirla un suo figlio illustre, Franco Arminio, ha tutti i numeri per meritare una visita accurata da parte degli appassionati di storia, d’arte e della natura - particolarmente suggestiva in questa zona - insomma di tutti gli appassionati della nostra bella Irpinia.

Articolo pubblicato sul numero Dicembre/Gennaio 2016 del periodico XD Magazine 

 

 


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