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Il carcere visto dagli occhi di un assistente sociale

di , Giovedì, 08 Febbraio 2018

di Debora Cardinale, pubblicato su www.assistentesocialeconte.it

Capitolo 1

  • Carcere: alla scoperta di un universo parallelo
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono (Giovanni Paolo II)

Si dice che la civiltà di un Paese si misuri osservando le condizioni delle sue carceri. E allora mi sono chiesta: noi quanto siamo realmente civilizzati?

Sono entrata in carcere, l’ho osservato da vicino, fianco a fianco con la polizia penitenziaria, conoscendo persone e situazioni che mi facevano tornare a casa pensando e ripensando a quella sorta di “universo parallelo”.

Oggi i mass media sono diventati, probabilmente (e/o sfortunatamente), il più importante veicolo per la costruzione culturale del crimine e dei criminali. Il problema è che, generalmente, occorre una ragione eclatante perché i media puntino i riflettori sul carcere. Questa attenzione marginale contribuisce alla diffusione degli stereotipi sociali più comuni attorno alla figura del soggetto deviante.

È necessario, invece, che si producano pratiche, strumenti e conoscenze che si propongano al dibattito pubblico direttamente dall’interno del carcere. È necessario dare la possibilità di fare buona informazione anche a quei “mostri”, così descritti dai media per contribuire a focalizzare l’attenzione sul problema “sicurezza” nel nostro Paese.

E a cosa servono gli operatori sociali, se non a cercare di ridare la parola a chi non ce l’ha piu’?

Se le persone arrivano a commettere reati, è giusto che la giustizia le condanni, e forse è giusto che lo faccia anche il resto della società, ma l’educatore, lo psicologo, l’assistente sociale, NO! Non si può giudicare senza conoscere. Non si può condannare senza prima cercare di capire. E quanto può essere difficile arrivare nel profondo dell’anima di una persona? Senza dubbio è un lavoro duro, che richiede forza, preparazione e una buona dose di sensibilità.

Basta un niente per cadere in errore, così come basta un niente per vestire uno stereotipo, perfettamente cucito con i pungenti aghi del pregiudizio.

Le mie parole non vogliono essere un tentativo di “muovere a compassione”. La compassione è triste e non è produttiva. Non voglio nemmeno che appaiano come una giustificazione o come finto buonismo. Vorrei solo che si provasse a capire.

Più si darà fiducia più si vedrà il cambiamento. Sicuramente sarà necessario molto tempo prima che questo cambiamento diventi visibile, ma credo che si possa fare. Nel carcere domina la rassegnazione, la legge del “non si può fare”, anche di fronte a proposte assolutamente ragionevoli. Affermare invece che “si può fare!” deve essere il messaggio da dare ai diretti interessati e alla società in generale.

Durante la mia esperienza, il mio modo di vedere il carcere è cambiato più volte. E devo ammettere, con molto dispiacere, che siamo ancora lontani dal modello di pena che si è tentato di costruire nel corso degli anni.

Il carcere è ancora quello dell’ergastolo (che non è molto lontano dalla pena di morte), dell’isolamento e delle umiliazioni.

Capitolo 2

  • Silenzio: il muro più alto della prigione

Il carcere oggi è tornato ad essere luogo dei poveri. Ed è proprio qui che il bisogno di comunicare appare così forte, impellente e incalzante.

Purtroppo, troppo spesso, l’universo carcerario finisce per essere un mondo disumanizzato, dove la parola, la comunicazione, anche quella con se stessi, smettono di essere come comunemente le conosciamo, per diventare qualcosa di irreale: il non-essere. Per diventare assenza.

L’ingresso e la permanenza in carcere, l’allontanamento dalla famiglia o eventi a questa riconducibili, possono portare l’individuo a superare la “soglia di resistenza” alle difficoltà personali e ambientali.

Come dimostrano diversi studi, la mancanza di stimoli sensoriali, l’impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri significativi, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansia, la depressione e il sensibile aumento della tendenza al suicidio.

Al momento dell’ingresso in carcere, il detenuto si trova ad essere spogliato non solo dei suoi beni, ma anche di gran parte di ciò che è, dei suoi punti di riferimento, del gruppo sociale con cui condivideva simboli, valori e significati.

Dopo un lungo periodo di reclusione, si assiste ad una diminuzione della frequenza degli atti comunicativi, a causa dei processi di depersonalizzazione e destrutturazione dell’io. Potremmo quasi dire che la privazione della parola – così come siamo abituati ad utilizzarla – rappresenta il muro più alto della prigione.

Tutta la terminologia del re-inserimento ruota intorno al perno simbolico della parola tolta, negata e restituita.

Di fronte ad una tale situazione di “impotenza”, di isolamento e senso di abbandono, l’internato può avere reazioni diverse, in base allo stato mentale, al periodo di detenzione e ad altre variabili. Potrebbe comunicare la propria condizione tramite il silenzio o la parola, l’opposizione o l’adattamento, la partecipazione al programma trattamentale o la protesta. Ma potrebbe succedere anche che metta in atto comportamenti di autolesionismo – forma estrema di comunicazione – per attirare l’attenzione sul suo profondo disagio, reso visibile dal corpo ferito e tagliato. È il corpo di chi non sa come far urlare il suo dolore diversamente.

È importante rendere il pubblico partecipe della ridefinizione del significato sociale della pena; è importante creare condizioni comunicative per cui il disagio non diventi fonte di ostilità. Ed è importante perché i detenuti, da soggetti passivi, diventino interlocutori credibili di un dibattito alternativo.

È fondamentale, pertanto, profondere ogni sforzo per ridurre, sin dai primissimi momenti di permanenza in carcere, il distacco tra il detenuto e il mondo esterno.

Riusciranno gli istituti e le organizzazioni che lavoreranno per il suo reinserimento sociale, a ridargli davvero la parola?

(continua…)


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