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SECRETPOST #1: chi ci pensa agli universitari?

di , Mercoledì, 16 Dicembre 2020

Se sei uno studente universitario, sicuramente avrai come programma più utilizzato di questo periodo Microsoft Teams, Zoom, e sarai abituato a parlare di fronte ad uno schermo nero, sapendo che forse nessuno ti sta ascoltando, con un professore che fa di tutto per “metterci la faccia” e stabilire un contatto con la classe, fatto di domande in chat e reazioni ai commenti.

La vita universitaria sembra ormai un lontano miraggio, ci si riscopre nostalgici dei piccoli frammenti di una quotidianità confusionaria (che forse non avevamo apprezzato abbastanza): le mani alzate in classe cercando di risolvere dubbi amletici su quella lezione, conoscere persone nuove superando l’imbarazzo, cercare disperatamente un posto in un’aula troppo stretta pregando di non doversi sedere a terra, correre per non perdere proprio quel treno, affollatissimo e in ritardo, ma che ci permette di arrivare puntuali.

La DAD per lo Stato funziona, è valida, ed effettivamente in innumerevoli casi è così: gli studenti lavoratori possono seguire le lezioni conciliandole con i loro impegni, non c’è più il timore di fare tardi, non si prendono mezzi affollati (insomma, focolai annunciati), ci si organizza meglio la giornata. Eppure tutti in questo lungo e tragico periodo di pandemia abbiamo disperatamente desiderato di tornare in un’aula, sì vecchia, sì stretta, sì strapiena di gente, ma che sapeva di vita, casa, normalità.

La mancanza di una decisione forte da parte dello Stato si è sentita, spesso ci si chiedeva se effettivamente in Italia esistesse un’università, visto che per la maggior parte del tempo gli studenti si sono sentiti abbandonati a loro stessi, obbligati ad un’estenuante lotta di sopravvivenza (come se di per sé l’università non fosse già abbastanza difficile!).

Senza parlare delle ingenti perdite economiche di alcune città italiane che vivono grazie al mondo universitario, obbligate a reinventarsi e a cercare di non finire nell’oblio. L’università è, infatti, fruitrice di cultura, ma è sempre stata anche un importantissimo motore dell’economia: affitti, abbonamenti ai trasporti pubblici, piccole attività quotidianamente aiutate dagli studenti, che con i loro caffè, le pizze al volo, la colazione la mattina, alimentavano un mercato che si sta lentamente sgretolando.

Così come si sta sgretolando sotto i nostri occhi impotenti, la cultura in ogni sua forma: teatri, cinema, librerie, attività culturali, musei. Non esiste più nulla, non c’è più nulla, tutto è come bloccato fino a data da destinarsi. Purtroppo sempre più spesso gli universitari si sentono demotivati, privi di stimoli, senza la voglia di continuare, attorniati da un miliardo di distrazioni e ben pochi epiloghi felici.

La DAD è davvero la soluzione? Lo Stato sta proteggendo la cultura? Ritornare in presenza il 7 gennaio, senza una garanzia di sicurezza, cambiando nuovamente le modalità d’esame, può essere davvero d’aiuto?

Prendere una decisione chiara e univoca in questo periodo così fragile e mutevole è complesso, l’unica cosa che ci ritroviamo a fare è perderci in ricordi di una vita lontana, che è stata la nostra, ma che adesso già non lo è più.




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