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Giornata della Memoria. La storia di Salvatore Matarangolo. “Mio nonno carabiniere in servizio a Rawa Ruska"

di , Mercoledì, 27 Gennaio 2016

Era il 1943 e a Rawa Ruska, al confine russo-ucraino, nello stalag 325, venivano inviati sei giovani carabinieri per svolgere compiti di polizia militare. Rawa Ruska ufficialmente era un campo di ammassamento, in realtà era un luogo di sterminio, uno dei più atroci.  Davanti agli occhi di quei sei ragazzi si spalancarono l’abisso della disperazione, della malvagità, l’atrocità della privazione della dignità umana. Nel gruppo, un giovane carabiniere di origini pugliesi ma profondamente innamorato dell’Irpinia, per lungo tempo, successivamente, in servizio tra Bagnoli e Lacedonia. Quel giovane militare si chiamava Salvatore Matarangolo.

A raccontare questa storia, nel Giorno della Memoria, è suo nipote Michele Zizza, che affascinato dal ricordo del nonno, leale e coraggioso servitore dello Stato, ha scelto da adulto di indossare anche lui la divisa, di amare ancora di più l’Irpinia tanto cara al nonno e di continuare a parlare dei fatti di Rawa Ruska per far rivivere il ricordo di Salvatore Matarangolo ma anche quello di tanti, inghiottiti dall’orrore, che non hanno potuto riferire i fatti terribili dello stalag 325.

“Ho ricostruito quella pagina di storia attraverso le vicende di questi ragazzi, la cronaca di quel periodo è riportata dalla documentazione custodita dall’archivio storico dell’Arma Generale dei Carabinieri. Sono cresciuto con mio nonno e il suo esempio e i suoi racconti di vita hanno forgiato la mia anima e mi hanno fatto diventare uomo; volevo saperne di più sulla sua storia, che da bambino mi sembrava tanto avventurosa e a tratti incomprensibile. Ho deciso quindi di rendergli onore attraverso la ricostruzione di quanto accaduto. Mettendo insieme gesti, complicità tra un nonno e il suo amato nipote, pagine ingiallite dal tempo, ho potuto comprendere l’orrore vissuto dagli uomini e dalle donne che hanno attraversato il periodo della guerra, portando inevitabilmente nell’anima e sul corpo i segni della follia nazista”.

Il gelo della steppa russa, gli anni vissuti da deportato prima e rifugiato a Spoleto poi, il piede, destro o sinistro è soltanto un dettaglio che si perde nel tempo e nella memoria di un bambino, con i segni di un’ustione da assideramento e della cancrena, risultato di giorni e giorni di marcia nella neve e nel ghiaccio, il gesto delicato di stendere una pomata di un nipote innamorato del proprio nonno, e poi un documento polveroso che riapre una ferita: furono circa settemila gli ebrei uccisi in una sola notte a Rawa Ruska. Per non dimenticare.


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